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Le dinamiche dell'imposta sono legate alla necessità di coprire i costi.
I nodi al pettine. Ecco il senso dell'andamento di questi cinque anni di addizionali Irpef gestite da regioni soffocate dalla spesa sanitaria. Proprio dove la gestione della salute dei cittadini ha causato maggiori problemi, là è stata registrata una crescita esponenziale del gettito.
Basta un'occhiata alla tabella per capire dove si annidano i problemi: Campania, Sicilia, Abruzzo e Lazio hanno dovuto fare i conti conia dura realtà degli sprechi e cercare di recuperare il deficit sanitario con aumenti dell'imposta pro capite che vanno dal 71.5 all'83,2%, riuscendo, nel caso di Lazio e Campania, a raddoppiare il gettito (anche grazie all'individuazione di molti nuovi contribuenti, tra cui evidentemente anche ex evasori). Certo la possibilità di aumentare l'aliquota, almeno per quest'anno, non inciderà più di tanto: in Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia il tetto dell'14° lo è già stato raggiunto e altri incrementi non sono possibili, per fortuna dei locali contribuenti, già abbastanza tartassati (si veda a pagina 7).
Va detto però che, in questi cinque anni, di fatto tutte le regioni si stanno allineando su un'imposta pro capite le cui differenze si sono assottigliate di molto. Si possono distinguere tre gruppi di regioni: il primo, con importi pro capite vicini ai 300 euro, è composto da tutte quelle che si sono dovute adeguare bruscamente alla durezza dei conti (Campania, Sicilia, Abruzzo e Lazio), da altre che erano comunque partite un po' meglio (Emilia Romagna, Molise e Calabria) più quelle che lo avevano già fatto sin dall'inizio: Piemonte e Lombardia.
Un altro gruppo oscilla intorno ai 200-250 euro (Puglia, Liguria, Umbria,Marche, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Trentino Alto Adige, Veneto e Valle d'Aosta) e infine ci sono due regioni che resistono tenacemente con imposte pro capite decisamente basse: Basilicata e Sardegna.
In prospettiva, quindi, un aumento è più che probabile proprio in quelle regioni che sono più lontane dalla quota dei 300 euro pro capite, perché, se in Lombardia questo è un importo che garantisce un buon funzionamento, universalmente riconosciuto, della macchina sanitaria, ciò è dovuto al fatto che questa scelta più onerosa è stata fatta già nel 2005. Chi si è adeguato più tardi, come la Campania, deve ancora recuperare un gap terrificante, accumulato negli anni della cuccagna.
Ma chi è fermo a poco più di metà della cifra, come appunto in Basilicata e Sardegna, sarà presto chiamato al redde rationem. Lo stesso dicasi per il gruppo dimezzo, anche se forse l'impatto sarà meno violento. Oltretutto in Lombardia la spesa pro capite. va considerata anche in base ai redditi medi, sensibilmente più elevati che nelle regioni meno sviluppate: quindi le aliquote, per pareggiare i conti e raggiungere un benchrnark di 300 euro, dovranno alzarsi, in proporzione, di più.
Basta un'occhiata alla tabella per capire dove si annidano i problemi: Campania, Sicilia, Abruzzo e Lazio hanno dovuto fare i conti conia dura realtà degli sprechi e cercare di recuperare il deficit sanitario con aumenti dell'imposta pro capite che vanno dal 71.5 all'83,2%, riuscendo, nel caso di Lazio e Campania, a raddoppiare il gettito (anche grazie all'individuazione di molti nuovi contribuenti, tra cui evidentemente anche ex evasori). Certo la possibilità di aumentare l'aliquota, almeno per quest'anno, non inciderà più di tanto: in Piemonte, Liguria, Emilia-Romagna, Lazio, Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Calabria e Sicilia il tetto dell'14° lo è già stato raggiunto e altri incrementi non sono possibili, per fortuna dei locali contribuenti, già abbastanza tartassati (si veda a pagina 7).
Va detto però che, in questi cinque anni, di fatto tutte le regioni si stanno allineando su un'imposta pro capite le cui differenze si sono assottigliate di molto. Si possono distinguere tre gruppi di regioni: il primo, con importi pro capite vicini ai 300 euro, è composto da tutte quelle che si sono dovute adeguare bruscamente alla durezza dei conti (Campania, Sicilia, Abruzzo e Lazio), da altre che erano comunque partite un po' meglio (Emilia Romagna, Molise e Calabria) più quelle che lo avevano già fatto sin dall'inizio: Piemonte e Lombardia.
Un altro gruppo oscilla intorno ai 200-250 euro (Puglia, Liguria, Umbria,Marche, Friuli Venezia Giulia, Toscana, Trentino Alto Adige, Veneto e Valle d'Aosta) e infine ci sono due regioni che resistono tenacemente con imposte pro capite decisamente basse: Basilicata e Sardegna.
In prospettiva, quindi, un aumento è più che probabile proprio in quelle regioni che sono più lontane dalla quota dei 300 euro pro capite, perché, se in Lombardia questo è un importo che garantisce un buon funzionamento, universalmente riconosciuto, della macchina sanitaria, ciò è dovuto al fatto che questa scelta più onerosa è stata fatta già nel 2005. Chi si è adeguato più tardi, come la Campania, deve ancora recuperare un gap terrificante, accumulato negli anni della cuccagna.
Ma chi è fermo a poco più di metà della cifra, come appunto in Basilicata e Sardegna, sarà presto chiamato al redde rationem. Lo stesso dicasi per il gruppo dimezzo, anche se forse l'impatto sarà meno violento. Oltretutto in Lombardia la spesa pro capite. va considerata anche in base ai redditi medi, sensibilmente più elevati che nelle regioni meno sviluppate: quindi le aliquote, per pareggiare i conti e raggiungere un benchrnark di 300 euro, dovranno alzarsi, in proporzione, di più.
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